
Hai implementato Clean Architecture. Hai separato i layer, rispettato le dipendenze, applicato le regole.
Il codice compila, i test passano, la copertura è buona.
Eppure, qualcosa non funziona.
Non in produzione, non sotto carico, non nei benchmark.
Il sistema rallenta mentre lo sviluppate.
Ogni nuova funzionalità richiede giorni di analisi prima ancora di scrivere una riga di codice. I nuovi sviluppatori impiegano settimane a capire come “si fa qui dentro”.
Ogni sprint planning si trasforma in una trattativa estenuante su dove collocare una responsabilità che, in teoria, dovrebbe essere ovvia.
Il problema non è il pattern che hai scelto. Il problema è aver scelto un pattern al posto di un’architettura.
Hai adottato una struttura perché era riconosciuta, consigliata, autorevole. Ma non hai chiarito il contesto che la rendeva sensata, né il tipo di team che avrebbe dovuto sostenerla nel tempo.
E ora ne stai pagando il prezzo, non in bug o crash evidenti, ma in velocità che si sgretola, comunicazione che si inceppa, decisioni che diventano sempre più costose.
Questo articolo non serve ad aggiungere l’ennesimo pattern alla tua collezione. Serve a spostare il punto di vista.
Qui i pattern architetturali software non vengono trattati come ricette tecniche da applicare correttamente, ma come strumenti di comunicazione, coordinamento e scalabilità del team.
Perché il vero costo di un’architettura sbagliata non si misura in righe di codice, ma nel numero di persone che faticano a lavorare insieme sullo stesso sistema.
Se oggi senti che il codice è formalmente corretto ma il progetto è diventato pesante da far evolvere, non è un’impressione. È un segnale architetturale.
E va letto per quello che è.
Cos’è un pattern architetturale e perché conta più del codice
Un pattern architetturale non è codice, ma una decisione su come le persone penseranno e parleranno del sistema nei prossimi anni.
Non definisce solo una struttura tecnica, ma stabilisce in anticipo quali scelte saranno naturali e quali diventeranno fonte costante di attrito.
In termini molto concreti, un pattern architetturale decide:
- dove vive davvero la logica che conta e cosa rimane un dettaglio sostituibile
- quali dipendenze sono accettabili e quali diventano debito mascherato da comodità
- quanto è possibile fare onboarding senza dover passare da chi “conosce il progetto”
- quanta energia il team spreca a discutere la struttura invece di far evolvere il sistema
Quando scegli un’architettura a layer invece di una esagonale, non stai semplicemente decidendo dove mettere le classi.
Stai impostando il tipo di decisioni che avranno una risposta immediata e quelle che, invece, resteranno ambigue nel tempo.
I pattern architetturali software nascono per risolvere problemi di struttura su larga scala.
Non riguardano il modo migliore di scrivere una classe, ma il modo in cui dieci, venti o cinquanta sviluppatori riescono a lavorare sullo stesso sistema senza intralciarsi, senza duplicare responsabilità e senza perdere il controllo del quadro generale.
È per questo che contano più del codice.
Un algoritmo sbagliato puoi riscriverlo in un pomeriggio. Una classe mal progettata la sistemi con un refactoring mirato.
Un’architettura sbagliata, invece, si infiltra in ogni decisione futura. Ogni nuova funzionalità deve adattarsi a quella struttura, ogni refactoring è limitato dai confini che hai imposto, ogni discussione tecnica finisce per tornare sugli stessi nodi irrisolti.
Il problema è che molti team scelgono i pattern architetturali per le ragioni sbagliate.
Lo fanno perché “è best practice”, perché “è più moderno”, perché qualcuno lo ha letto in un libro autorevole o visto in un talk convincente.
Ma queste non sono motivazioni architetturali. Sono scorciatoie cognitive.
Una scelta architetturale sensata nasce sempre da un contesto esplicito.
Dal tipo di dominio che stai affrontando, dalla maturità del team, dalla stabilità delle dipendenze esterne, dall’orizzonte temporale del progetto.
Senza questo contesto, il pattern diventa una forma elegante di imitazione.
La vera domanda, infatti, non è quale pattern scegliere, ma quale problema stai cercando di risolvere e quale costo sei disposto ad accettare.
Perché ogni pattern architetturale è un compromesso: risolve alcune tensioni in modo eccellente e ne introduce altre in modo meno evidente.
Clean Architecture protegge il dominio, ma rallenta le modifiche trasversali.
Un’architettura event-driven offre flessibilità, ma rende il debugging più difficile.
I microservizi promettono autonomia dei team, ma moltiplicano la complessità operativa.
Se non sei consapevole di questi trade-off, non stai progettando un’architettura. Stai solo decidendo quale problema nascondere sotto il tappeto.
Ed è qui che nasce la differenza tra chi applica pattern e chi governa sistemi.
Il primo cerca una soluzione corretta. Il secondo cerca una struttura che permetta al team di lavorare meglio oggi, domani e tra due anni, anche quando il contesto sarà cambiato.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che un pattern architetturale non è una scelta tecnica isolata, ma una decisione che modella il modo in cui il team penserà e lavorerà per anni.
Se questa prospettiva ti risuona, probabilmente stai iniziando a guardare all’architettura non come forma, ma come responsabilità.
È lo stesso cambio di sguardo che molti sviluppatori fanno quando iniziano a strutturare le proprie decisioni con maggiore consapevolezza, come avviene nel nostro nostro Corso Architetto Software.
Pattern architetturali e design pattern: differenze che incidono sul sistema
La confusione tra pattern architetturali e design pattern è una delle cause più frequenti di sistemi difficili da mantenere.
Non perché i concetti siano complessi, ma perché quasi nessuno chiarisce a che livello stai prendendo una decisione quando scegli un pattern.
I design pattern risolvono problemi locali di codice. Servono a gestire meglio la creazione degli oggetti, la variazione degli algoritmi, la collaborazione tra poche classi.
Agiscono su porzioni limitate del sistema e hanno un impatto circoscritto. Se domani scopri che una scelta non funziona, puoi cambiarla senza stravolgere tutto.
I pattern architetturali, invece, risolvono problemi globali di struttura.
Definiscono come separi le responsabilità, come scorrono le dipendenze, quali confini sono rigidi e quali permeabili. Non influenzano una singola funzionalità, ma il modo in cui l’intero team pensa il sistema.
La differenza reale non è teorica, è pratica, e sta tutta nel costo del cambiamento.
Se vuoi distinguerli senza confonderti più, guarda sempre questi segnali:
- i design pattern cambiano il modo in cui scrivi una parte di codice, non il modo in cui ragiona tutto il team
- i pattern architetturali cambiano i confini, le dipendenze e quindi il prezzo di ogni scelta futura
- un design pattern è spesso reversibile, un pattern architetturale quasi mai
- un design pattern lo puoi sostituire con un refactoring, un pattern architetturale lo paghi con mesi di frizioni
Un design pattern sbagliato ti costa qualche classe da rifattorizzare.
Un pattern architetturale sbagliato ti costa mesi di frizioni, onboarding lento, discussioni infinite e refactoring che nessuno ha il coraggio di iniziare.
Ed è qui che molti team sbagliano.
Trattano un pattern architetturale come se fosse un design pattern. Lo applicano localmente, lo sperimentano “in piccolo”, lo copiano da un esempio senza considerare che quella scelta ha conseguenze sistemiche.
Il risultato è un’architettura incoerente, dove convivono modelli mentali diversi che si contraddicono a vicenda.
Un altro errore tipico è pensare che i due livelli siano intercambiabili.
Si introduce la Dependency Injection e si crede di aver fatto inversione delle dipendenze architetturale. Si usa Observer e si pensa di aver implementato un’architettura event-driven. Si riempie il codice di interfacce e si parla di esagonale.
I design pattern vivono dentro un’architettura. L’architettura non vive dentro i design pattern.
| Dimensione | Design pattern | Pattern architetturali |
|---|---|---|
| Livello | Codice locale | Struttura complessiva |
| Obiettivo | Migliorare leggibilità e flessibilità puntuale | Governare confini, dipendenze ed evoluzione nel tempo |
| Costo del cambiamento | Basso o medio, circoscritto | Alto, spesso con impatto sistemico |
| Reversibilità | Spesso possibile senza effetti collaterali | Raramente possibile senza impatti ampi |
| Effetto sul team | Limitato al contesto di utilizzo | Diretto su onboarding, coordinamento e flussi decisionali |
Se questa differenza è chiara, smetti di scegliere pattern per forma e inizi a sceglierli per conseguenze.
Prima decidi come è strutturato il sistema, quali sono i confini, quali flussi devono essere chiari e quali possono essere flessibili.
Solo dopo scegli i design pattern che rendono quella struttura più espressiva e sostenibile. Quando fai il contrario, stai usando strumenti tattici per risolvere problemi strategici.
C’è anche un altro aspetto spesso ignorato.
I design pattern sono, per natura, reversibili. Puoi provarli, adattarli, rimuoverli. I pattern architetturali no. Una volta scelti, condizionano il sistema per anni. Per questo richiedono un livello di consapevolezza molto più alto.
Quando un team confonde questi due piani, succede una cosa precisa: si accumulano astrazioni senza una direzione chiara.
Il codice diventa pieno di pattern “giusti” presi singolarmente, ma l’insieme non racconta più una storia coerente. Nessuno sa più spiegare perché una certa decisione è stata presa, né quali problemi dovrebbe risolvere.
Finché ragioni solo in termini di pattern di codice, stai ottimizzando localmente.
Quando inizi a ragionare in termini di pattern architetturali, stai progettando un sistema che deve reggere nel tempo e sotto il peso di più persone.
È a questo punto che diventa necessario mettere ordine definitivo tra le varie categorie di pattern, chiarendo cosa appartiene al codice e cosa alla strategia, così da evitare sovrapposizioni che generano solo debito tecnico mascherato da buona architettura.
Quando separi ciò che è reversibile da ciò che non lo è, smetti di trattare tutte le scelte come semplici dettagli di implementazione.
Inizia a emergere una domanda più scomoda: quante decisioni architetturali stai ancora affrontando con mentalità da refactoring?
Questo tipo di consapevolezza è spesso il primo segnale di maturità architetturale, lo stesso che viene sviluppato in modo strutturato nel Corso Architetto Software.
Tipi di pattern in informatica: architetturali, creazionali e comportamentali

Uno dei motivi per cui si parla male di pattern è che vengono spesso messi tutti sullo stesso piano.
Si crea un unico grande contenitore concettuale in cui finiscono insieme architettura, codice, tecniche e strumenti.
Il risultato è che si perde la gerarchia delle decisioni, e con essa la capacità di capire cosa stai davvero facendo quando introduci una nuova astrazione.
I pattern creazionali e comportamentali appartengono al livello del codice. Risolvono problemi specifici e circoscritti. Servono quando hai bisogno di controllare come nascono gli oggetti, come variano certi comportamenti, come collaborano alcune parti del sistema.
Sono strumenti tattici, utili quando c’è un problema concreto da affrontare qui e ora.
I pattern architetturali, invece, operano a un livello completamente diverso.
Non rispondono alla domanda “come implemento questa logica”, ma a domande molto più ampie: dove passa il confine tra dominio e infrastruttura, quali dipendenze sono ammesse, come si evolve il sistema quando il team cresce o il contesto cambia.
Sono decisioni strategiche, non tecniche in senso stretto.
Il problema nasce quando questa distinzione viene ignorata. Quando si applicano pattern di codice sperando che, messi insieme, producano automaticamente una buona architettura.
Non funziona così.
Accumulare design pattern non fa emergere una struttura solida, allo stesso modo in cui aggiungere regole locali non crea una visione di sistema.
Un pattern architetturale definisce il “campo da gioco”. Stabilisce quali mosse sono naturali e quali richiedono sforzo.
I pattern creazionali e comportamentali sono le mosse che fai dentro quel campo. Se provi a usare le mosse per ridisegnare il campo, ottieni solo confusione.
Questo è il motivo per cui alcune scelte sembrano corrette dal punto di vista del codice, ma dannose a livello di sistema.
Una Factory ben scritta, una Strategy elegante o un Observer pulito possono essere tecnicamente impeccabili, ma se violano la struttura architetturale scelta, introducono dipendenze nascoste e flussi difficili da seguire.
Il problema non è il pattern in sé, ma il livello a cui lo stai usando.
Mettere ogni pattern al proprio posto significa anche cambiare il modo in cui valuti le scelte progettuali.
Un design pattern va giudicato in base alla semplicità che introduce localmente.
Un pattern architetturale va giudicato in base alla chiarezza che porta al sistema nel suo insieme e alla capacità del team di sostenerlo nel tempo.
Quando questa distinzione è chiara, smetti di discutere se un pattern è “giusto” o “sbagliato” in astratto. Inizi a chiederti se è coerente con il livello di decisione che stai prendendo.
E questo, da solo, elimina una grande quantità di debito tecnico che nasce non da errori, ma da scelte fatte al livello sbagliato.
A questo punto scenderemo dal piano concettuale a quello pratico, guardando quali pattern architetturali vengono davvero usati nei sistemi reali, non nei diagrammi ideali, e perché continuano a comparire negli stessi contesti anno dopo anno.
Architettura software: esempi di pattern usati nei sistemi reali
Al di là dei libri, dei talk e delle architetture “da slide”, nei sistemi che producono davvero valore i pattern architetturali utilizzati sono pochi.
In teoria non c’è differenza tra teoria e pratica. In pratica, c’è.Jan L. A. van de Snepscheut – informatico (1953 – 1994)
Tornano sempre gli stessi, perché rispondono a problemi ricorrenti che emergono quando il software smette di essere un esercizio tecnico e diventa un sistema vivo, mantenuto da persone diverse nel tempo.
La maggior parte delle applicazioni enterprise ruota attorno a strutture note. Non perché siano perfette, ma perché rappresentano compromessi comprensibili, spiegabili e sostenibili.
Quando un pattern continua a riemergere negli anni, non è per moda, ma perché riesce a bilanciare complessità, costi e capacità del team.
L’architettura a layer è la più diffusa.
È intuitiva, facile da spiegare e permette a sviluppatori con livelli di esperienza diversi di orientarsi rapidamente. Il suo successo non deriva da una superiorità teorica, ma dal fatto che fornisce un modello mentale semplice.
Tutti sanno dove guardare, tutti sanno da dove partono le dipendenze. Questo la rende estremamente efficace nelle fasi iniziali e in domini relativamente stabili.
Quando il dominio cresce e le integrazioni diventano instabili, molti team sentono il bisogno di proteggere il cuore del sistema. È qui che entrano in gioco architetture come la Hexagonal o la Clean.
Spostano il focus dal framework al dominio, rendendo esplicito ciò che è centrale e ciò che è periferico. Non sono nate per essere eleganti, ma per resistere al cambiamento continuo dell’infrastruttura.
Altri pattern emergono quando il problema non è più solo strutturare il codice, ma coordinare flussi complessi.
Architetture event-driven, CQRS o approcci distribuiti diventano rilevanti quando il sistema deve reagire a eventi asincroni, scalare in modo non uniforme o supportare team che lavorano in parallelo senza bloccarsi a vicenda.
Il punto importante è che nessuno di questi pattern è “migliore” in assoluto. Ognuno esiste perché risolve una tensione specifica.
Alcuni privilegiano la semplicità e la velocità di sviluppo. Altri sacrificano immediatezza per ottenere flessibilità e isolamento. Altri ancora spostano il problema dal codice all’organizzazione, chiedendo maturità operativa e disciplina.
Nei sistemi reali, i pattern non vengono scelti per completezza teorica, ma per necessità.
Quando vedi un’architettura complessa funzionare, quasi sempre c’è una storia di dolore alle spalle. Qualcosa è cresciuto troppo, qualcosa è diventato ingestibile, qualcuno ha deciso di pagare un costo oggi per evitare un costo più alto domani.
Capire quali pattern sono davvero usati significa smettere di cercare la soluzione perfetta e iniziare a osservare le soluzioni che, pur con i loro limiti, permettono ai team di consegnare, correggere, evolvere.
Il punto successivo entra nel dettaglio dei tre pattern più discussi e abusati, per capire quando aiutano davvero e quando diventano un freno invece che un supporto.
Layered, Hexagonal e Clean Architecture: quando funzionano e quando no
Questi tre pattern vengono spesso presentati come alternative equivalenti, da confrontare quasi come se fossero linguaggi di programmazione.
In realtà non giocano sullo stesso piano e non rispondono agli stessi bisogni. Trattarli come scelte intercambiabili è uno degli errori più comuni e più costosi che si possano fare.
L’architettura a layer funziona quando il sistema è ancora leggibile come una sequenza chiara di responsabilità. Interfaccia, logica applicativa, accesso ai dati.
Tutti capiscono subito dove mettere le mani e, soprattutto, perché. È un modello mentale semplice, che riduce le discussioni e accelera l’onboarding. Per team piccoli o medi, con dominio relativamente stabile, è spesso la scelta più pragmatica.
Il problema emerge quando la logica di business inizia a crescere e a contaminare ogni livello. Controller che prendono decisioni, repository che incorporano regole, servizi che diventano passacarte.
In quel momento il layer non protegge più nulla, ma diventa solo una convenzione fragile. Non perché il pattern sia sbagliato, ma perché il sistema è cresciuto oltre ciò che quel modello può sostenere.
Hexagonal Architecture nasce proprio per rispondere a questa rottura. Sposta il centro del sistema sul dominio e rende esplicito il confine con il mondo esterno. Database, API, framework diventano dettagli sostituibili, non fondazioni.
Questo approccio è potente quando le dipendenze sono instabili e il dominio merita di essere protetto. Ma ha un costo immediato: più astrazioni, più concetti da spiegare, più disciplina richiesta al team.
Quando il dominio non è realmente complesso, questo costo non viene ripagato. Le porte diventano interfacce senza significato, gli adattatori semplici wrapper, e il team si ritrova a mantenere un livello di indirezione che non serve a nessuno.
In questi casi, Hexagonal non rende il sistema più flessibile. Lo rende solo più lento da capire.
Clean Architecture porta questo approccio ancora oltre.
Introduce regole più rigide, layer più espliciti, separazioni nette tra casi d’uso, dominio e infrastruttura. È una risposta forte a sistemi che devono vivere a lungo, evolvere continuamente e sostenere team numerosi.
Quando funziona, permette di isolare il cambiamento e mantenere il controllo anche in contesti molto complessi.
Quando non funziona, però, il sintomo è sempre lo stesso.
Il team passa più tempo a decidere dove mettere il codice che a scriverlo. Ogni modifica attraversa troppi file, troppi concetti, troppi passaggi intermedi.
La flessibilità promessa si trasforma in rigidità operativa. E a quel punto l’architettura smette di essere un supporto e diventa un vincolo.
| Pattern | Quando funziona | Quando diventa un problema | Costo principale |
|---|---|---|---|
| Layered | Dominio stabile, team misto, onboarding rapido | Logica distribuita e contaminazione tra layer | Convenzioni fragili |
| Hexagonal | Dipendenze instabili, dominio da proteggere | Dominio semplice, astrazioni senza valore | Indirezione e carico cognitivo |
| Clean Architecture | Sistemi longevi, team grandi, cambi frequenti | Troppe regole, lentezza operativa | Decisioni rallentate |
La differenza non sta nel pattern, ma nel rapporto tra complessità del dominio e maturità del team.
Un pattern più strutturato richiede un linguaggio condiviso più ricco, maggiore disciplina e una visione comune.
Se questi elementi mancano, la struttura collassa sotto il proprio peso.
Nessuna di queste architetture è sbagliata in assoluto. Ognuna ha un range di validità.
Il problema nasce quando si sceglie una struttura per aspirazione, non per necessità. Quando si adotta un pattern perché “è quello giusto”, senza chiedersi se il sistema e il team sono pronti a sostenerlo.
Se riconosci la sensazione di lentezza operativa descritta fin qui, il problema non è il pattern che hai scelto, ma il carico decisionale che stai imponendo al team.
Quando la struttura rallenta più di quanto protegga, è il segnale che serve rimettere in discussione il rapporto tra dominio, complessità e maturità reale delle persone coinvolte.
È spesso in questo momento che diventa naturale confrontarsi con un approccio più critico e sistemico, come quello affrontato nel Corso Architetto Software.
Il prossimo paragrafo scenderà ancora di livello: parleremo dei design pattern di programmazione, chiarendo perché diventano davvero utili solo quando sono inseriti in un’architettura sana, e perché spesso vengono usati per compensare problemi che l’architettura avrebbe dovuto risolvere a monte.
Design pattern di programmazione: esempi utili solo con una buona architettura
I design pattern di programmazione non sono il problema. Il problema è l’uso che se ne fa quando l’architettura non fornisce una direzione chiara.
In un sistema ben strutturato, i design pattern servono a rendere il codice più leggibile e flessibile. In un sistema confuso, diventano solo un modo elegante per nascondere il disordine.
Un design pattern agisce sempre localmente. Migliora un punto specifico del codice, risolve una tensione concreta, chiarisce una responsabilità. Ma non può compensare una struttura di fondo sbagliata.
Se l’architettura non chiarisce dove vive la logica, nessun pattern potrà farlo al posto suo.
È qui che molti team cadono in una trappola ricorrente.
Invece di interrogarsi sulla struttura del sistema, iniziano a introdurre pattern per “mettere ordine”.
Strategy per rendere flessibile una logica che non si sa dove collocare.
Repository per isolare un database che non verrà mai cambiato.
Factory per creare oggetti che potrebbero essere istanziati direttamente senza alcuna perdita di chiarezza.
Il risultato è un codice che sembra sofisticato, ma che richiede più tempo per essere compreso.
Ogni indirezione aggiunge uno strato cognitivo. Ogni interfaccia introduce una promessa di variabilità che spesso non verrà mai mantenuta.
Quando questi pattern non sono sostenuti da un’architettura coerente, il loro costo supera rapidamente il beneficio.
In un’architettura sana, invece, i design pattern hanno un ruolo preciso.
Non servono a compensare ambiguità strutturali, ma a rendere esplicite decisioni già prese.
Se l’architettura ha chiarito i confini, un pattern come Strategy rende naturale la variazione di un comportamento. Se l’architettura ha separato dominio e infrastruttura, un Repository ha senso perché protegge davvero una dipendenza instabile.
La differenza è sottile ma decisiva. Nel primo caso, il pattern cerca di risolvere un problema che non gli compete. Nel secondo, amplifica una scelta architetturale già corretta.
Per questo motivo i design pattern non vanno giudicati in astratto, ma sempre nel contesto in cui vengono inseriti.
Quando un sistema è sano, i pattern quasi non si notano. Sono strumenti discreti, al servizio della leggibilità.
Quando un sistema è fragile, invece, i pattern diventano protagonisti. I nomi delle classi parlano più di pattern che di dominio, e il flusso del codice diventa difficile da seguire senza una mappa mentale complessa.
Capire questo passaggio significa smettere di usare i design pattern come simboli di maturità tecnica e iniziare a usarli come strumenti di precisione.
Continuiamo vedendo come i pattern comportamentali e creazionali, se usati senza criterio, sono tra le principali fonti di debito tecnico mascherato da buona progettazione.
Design pattern comportamentali e creazionali: quando aiutano e quando creano debito

I pattern comportamentali e creazionali sono tra gli strumenti più abusati perché sembrano innocui.
Sono piccoli, locali, facili da introdurre e spesso consigliati come “buone pratiche”. Proprio per questo vengono applicati senza porsi troppe domande, accumulandosi fino a diventare un problema sistemico.
Un pattern comportamentale dovrebbe esistere per un motivo molto semplice: rendere esplicita una variazione reale del comportamento.
Strategy, Observer, Command hanno senso quando il sistema deve reagire in modi diversi allo stesso stimolo e quando questa variabilità è una caratteristica intrinseca del dominio. Quando invece la variabilità è solo teorica, il pattern non porta flessibilità, ma solo indirezione.
Lo stesso vale per i pattern creazionali.
Factory e Builder nascono per gestire creazioni complesse, con regole, vincoli o combinazioni non banali.
Quando la creazione di un oggetto è lineare e stabile, introdurre una factory non chiarisce il codice, lo rende solo più distante da ciò che fa davvero. Il costo non è immediato, ma emerge nel tempo, quando ogni modifica deve attraversare un livello in più senza un beneficio reale.
Il debito tecnico nasce quando questi pattern vengono usati per prevenire problemi ipotetici, e lo riconosci quasi sempre da segnali molto concreti:
- esiste una variabilità “promessa” ma nel dominio non c’è nessuna variabilità reale da gestire
- l’astrazione è più difficile da spiegare del comportamento che dovrebbe semplificare
- per capire cosa succede devi seguire una catena di passaggi invece di un flusso chiaro
- il team parla più della forma del pattern che del significato del dominio
Si introducono interfacce “perché un domani potrebbe servire”. Si separano responsabilità “nel caso in cui cambi”. Ma quel futuro spesso non arriva, mentre il codice resta più difficile da leggere, spiegare e mantenere.
In un’architettura sana, invece, questi pattern vengono introdotti quando il problema è già visibile. Non anticipano il cambiamento, lo rendono gestibile.
Il pattern non è una scommessa, è una risposta. E proprio per questo il team ne percepisce subito il valore.
I design pattern vivono sempre dentro un’architettura, che lo si voglia o no. Usare questi pattern senza creare debito significa accettare una verità scomoda: il codice semplice è spesso più onesto del codice “preparato” .
Preparare tutto per un futuro ipotetico è rassicurante, ma raramente è una scelta economica. È molto più efficace partire da una soluzione chiara e introdurre astrazioni solo quando il problema lo richiede davvero.
Il passo successivo riguarda il perché copiare esempi di design pattern, senza comprenderne il contesto, porta quasi sempre a sistemi fragili, anche quando ogni singola scelta sembra tecnicamente corretta.
Perché copiare i design pattern porta a sistemi fragili
Copi un esempio da un repository pubblico.
È ben strutturato, pulito, pieno di pattern riconoscibili. Funziona. I test passano. Sembra una buona idea partire da lì. Ed è proprio in quel momento che inizia il problema.
Nascono per spiegare un concetto, non per essere trapiantati in un sistema reale con vincoli, tempi e persone diverse.
Quando copi la soluzione senza aver vissuto il problema che l’ha generata, stai importando complessità senza averne il bisogno.
| Aspetto | Uso sano | Uso imitativo |
|---|---|---|
| Punto di partenza | Problema reale nel dominio | Esempio trovato online |
| Obiettivo | Chiarezza e controllo | “Fare le cose bene” in astratto |
| Effetto sul codice | Astrazioni minime e motivate | Astrazioni visibili e ridondanti |
| Effetto sul team | Comprensione condivisa | Dipendenza da chi “sa” |
| Risultato nel tempo | Evoluzione sostenibile | Fragilità e forzature |
Un esempio di design pattern è quasi sempre costruito per mostrare il pattern in modo evidente. Le responsabilità sono isolate, le astrazioni sono esplicite, i ruoli sono separati in modo didattico. In un tutorial è un pregio. In un progetto reale spesso è un peso.
Quella struttura è pensata per insegnare, non per ottimizzare il lavoro quotidiano di un team.
Il risultato è un codice che sembra corretto, ma che richiede uno sforzo sproporzionato per essere esteso.
Ogni nuova funzionalità deve attraversare una struttura che non è nata per il tuo dominio, ma per illustrare un concetto astratto.
Le astrazioni non raccontano il problema che stai risolvendo, raccontano il pattern che hai copiato.
La fragilità nasce proprio qui. Non in un bug evidente, ma nella distanza crescente tra ciò che il sistema fa e il modo in cui è strutturato. Quando il dominio cambia, le astrazioni copiate non si piegano. Resistono. E il team inizia a forzarle, violarle, aggirarle.
A quel punto il pattern non protegge più nulla, diventa solo una gabbia deformata.
Copiare esempi porta anche a un altro effetto collaterale: la perdita di responsabilità progettuale.
Se qualcosa non funziona, è facile pensare che “il pattern è giusto, quindi il problema è altrove”.
Questo blocca la capacità critica del team e ritarda le decisioni difficili, quelle che richiederebbero di mettere in discussione la struttura stessa.
Usare esempi in modo sano significa fare l’operazione opposta. Non copiare la soluzione, ma capire e risolvere il problema che causa il tutto.
Chiedersi quale tensione affronta, quale vincolo assume, quale costo accetta. Solo a quel punto ha senso adattare l’idea al proprio contesto, riducendola al minimo necessario.
Un sistema diventa fragile non perché usa pattern, ma perché usa pattern senza averli scelti.
Quando la struttura del codice è una collezione di decisioni prese altrove, in altri contesti, il team perde il controllo. E un sistema senza controllo, anche se elegante, è destinato a rompersi alla prima vera pressione.
Questo è il punto in cui gli errori più comuni iniziano ad emergere nei team enterprise proprio da questo approccio imitativo, e perché continuano a ripetersi anche in organizzazioni molto esperte.
Errori comuni nei pattern architetturali nei team enterprise
Gli errori legati ai pattern architetturali raramente nascono da ignoranza tecnica.
Nascono quasi sempre da decisioni organizzative prese senza considerare le conseguenze nel tempo.
Il pattern diventa il capro espiatorio di problemi che, in realtà, riguardano comunicazione, allineamento e capacità di governo del sistema.
Nei team enterprise questi errori assumono forme ricorrenti e riconoscibili:
- l’architettura viene scelta dall’alto e poi lasciata all’interpretazione individuale
- moduli diversi seguono regole diverse e la coerenza si perde senza segnali immediati
- i pattern vengono introdotti per aspirazione, non perché il dominio lo richieda davvero
- le decisioni non vengono ricordate né difese e ogni discussione riparte da zero
Questo accade quando l’architettura viene decisa senza coinvolgere chi dovrà lavorarci ogni giorno.
La scelta può essere supportata da letteratura autorevole o da esperienze passate, ma resta astratta se non viene tradotta in un linguaggio condiviso.
Il team applica regole che non sente proprie e che non comprende fino in fondo. Il risultato non è disciplina, ma una serie di violazioni che accumulano debito nel tempo.
Un’altra conseguenza tipica è la convivenza di più architetture senza una logica esplicita.
Ogni modulo riflette il gusto o l’esperienza di chi lo ha scritto. In superficie sembra flessibilità, ma nella pratica è frammentazione.
Ogni spostamento di persone diventa costoso, ogni integrazione richiede continue traduzioni mentali. Il sistema perde coerenza prima ancora di perdere qualità.
A questo si aggiunge l’errore della moda.
Pattern adottati perché “oggi si fa così”, senza porsi la domanda chiave: quale problema stiamo risolvendo adesso?
Microservizi, event sourcing o CQRS vengono introdotti per aspirazione, non per necessità reale.
Finché il carico è basso e il team è piccolo, il costo resta nascosto. Quando la complessità arriva, il sistema è già fragile.
Un problema ancora più subdolo è la mancanza di memoria architetturale.
Le decisioni vengono prese, ma non documentate né contestualizzate.
Dopo uno o due anni nessuno ricorda più perché una certa struttura esiste. Quando emergono i limiti, il team non sa se si tratta di bug da correggere o di conseguenze previste e accettate.
Senza memoria, ogni discussione riparte da zero.
Infine, c’è l’errore forse più sottile: confondere disciplina con rigidità.
Un’architettura sana guida le decisioni, non le paralizza.
Quando le regole diventano dogmi e ogni deviazione è vista come un fallimento, il team smette di ragionare e inizia a eseguire.
A quel punto l’architettura non serve più il sistema, lo blocca.
Riconoscere questi errori non serve a puntare il dito, ma a capire una cosa semplice: i pattern amplificano ciò che c’è già nel team.
Se c’è chiarezza, la rafforzano. Se c’è confusione, la rendono strutturale.
Ora possiamo capire perché tutto questo ha un impatto diretto sulla scalabilità del team, non solo su quella del software.
Pattern architetturali e scalabilità del team di sviluppo
Quando si parla di scalabilità, molti pensano subito a performance, carico, throughput.
Ma nella maggior parte dei sistemi enterprise il primo vero collo di bottiglia non è tecnico. È umano. È la capacità del team di lavorare sullo stesso codice senza rallentarsi a vicenda.
La comunicazione è il vero collo di bottiglia di qualsiasi sistema complesso.Fred Brooks – informatico e ingegnere del software (1931 – vivente)
I pattern architetturali incidono direttamente su questo aspetto, anche quando non viene dichiarato esplicitamente.
Ogni scelta strutturale definisce quanto è facile per una persona entrare nel progetto, capire dove intervenire e farlo senza paura di rompere qualcosa.
In questo senso, l’architettura è prima di tutto uno strumento di coordinamento.
Un’architettura semplice rende immediato il modello mentale. Un nuovo sviluppatore guarda la struttura, capisce il flusso, individua il punto giusto dove agire. Non ha bisogno di chiedere continuamente conferme.
Diventa produttivo in tempi brevi.
Questo è un moltiplicatore di velocità quando il team cresce.
Un’architettura complessa, invece, richiede un linguaggio condiviso molto più raffinato. I concetti sono più numerosi, le regole più sottili, le eccezioni più frequenti. Se questo linguaggio non è davvero interiorizzato dal team, ogni scelta diventa una negoziazione.
Dove va questa logica. È dominio o applicazione. È un caso d’uso o un servizio. Le risposte non sono ovvie e il costo cognitivo cresce.
Il punto cruciale è che la scalabilità del team non segue la stessa curva della scalabilità del software. Puoi avere un sistema tecnicamente scalabile che però rallenta drasticamente appena aggiungi persone.
Ogni nuovo membro aumenta il carico di comunicazione, non lo riduce. E se l’architettura non aiuta a distribuire le responsabilità in modo chiaro, diventa un freno.
Un pattern architetturale efficace riduce le interdipendenze operative.
Permette a più persone di lavorare in parallelo senza sovrapporsi, senza attendere chiarimenti continui, senza dover comprendere l’intero sistema per fare una modifica locale.
Quando questo non accade, il team cresce solo nominalmente. In pratica, resta lento.
C’è anche un altro aspetto spesso sottovalutato.
Le architetture troppo sofisticate tendono a concentrare il potere decisionale in poche persone. Solo chi “conosce davvero l’architettura” si sente autorizzato a intervenire.
Gli altri eseguono, o evitano di toccare parti critiche. Questo crea colli di bottiglia invisibili e aumenta il rischio organizzativo.
Scalare un team significa distribuire comprensione, non solo compiti.
Un’architettura che non può essere spiegata in modo semplice è un’architettura che non scala bene sul piano umano. Anche se è impeccabile dal punto di vista teorico.
Ma cosa succede quando questo equilibrio si rompe del tutto, e i pattern iniziano a generare costi concreti in termini di manutenzione, velocità di rilascio e opportunità perse? Lo scopriamo tra poco.
Quando i pattern architetturali diventano un freno per costi e time to market

Ogni pattern architetturale ha un costo. Non solo in termini di codice scritto, ma in tempo, attenzione e coordinamento. Finché il sistema è piccolo, questi costi restano invisibili.
Quando il progetto cresce, emergono in modo netto, perché iniziano a rallentare tutto ciò che dovrebbe essere fluido.
Di solito il conto arriva sempre nelle stesse voci, anche quando nessuno le chiama “architettura”:
- consegne più lente perché ogni modifica attraversa troppi passaggi e troppe regole
- manutenzione più costosa perché capire dove intervenire diventa il vero lavoro
- onboarding più lungo perché il sistema è comprensibile solo a chi c’era prima
- crescente perché l’architettura viene percepita come vincolo, non come guida
Il problema emerge inizialmente come una perdita di velocità.
Funzionalità che prima richiedevano poche modifiche ora attraversano una catena di passaggi sempre più lunga.
Ogni intervento deve rispettare regole, livelli e astrazioni che non sempre aggiungono valore al risultato finale.
La consegna rallenta, ma il motivo non è immediatamente chiaro, perché il codice continua a sembrare “pulito”.
Poi arriva il costo di manutenzione.
Quando la struttura è troppo rigida o troppo indiretta, anche correggere un comportamento semplice richiede tempo.
Capire dove intervenire diventa più difficile che applicare la modifica stessa. La manutenzione smette di essere un’attività lineare e diventa un lavoro di ricostruzione mentale del sistema.
Il time to market ne risente in modo diretto. Ogni ritardo accumulato in fase di sviluppo si riflette sulla capacità di rispondere al mercato. Mentre il team è impegnato a rispettare l’architettura, le opportunità passano.
Il problema non è che il pattern sia sbagliato, ma che il suo costo supera il beneficio nel contesto specifico.
A questi costi si aggiunge quello dell’onboarding. Nuove persone entrano nel progetto, ma impiegano settimane prima di essere realmente operative.
Devono assimilare concetti, regole e convenzioni che non sono immediatamente evidenti dal codice. Finché questo processo non è completato, il team cresce solo sulla carta.
C’è infine un costo meno visibile ma altrettanto reale: la frustrazione. Quando gli sviluppatori percepiscono l’architettura come un ostacolo, iniziano a evitarla.
Nascono scorciatoie, eccezioni, violazioni tollerate. L’architettura resta formalmente lì, ma non governa più il sistema. A quel punto il debito non è solo tecnico, è culturale.
Il punto chiave è che questi costi non sono inevitabili.
Emergerebbero molto meno se i pattern venissero scelti e mantenuti in modo consapevole, valutando continuamente il rapporto tra ciò che danno e ciò che chiedono in cambio.
Un pattern che rallenta il business senza proteggerlo non è una scelta architetturale, è una tassa nascosta.
Nella prossima sezione approfondiremo come il dominio applicativo dovrebbe guidare queste scelte, e perché parlare di pattern senza parlare di dominio porta quasi sempre a soluzioni eleganti ma inefficaci.
Quando inizi a vedere l’architettura come una voce di costo che cresce nel tempo, smetti di chiederti se una scelta è elegante e inizi a chiederti se è sostenibile.
Questo cambio di prospettiva non riguarda il codice, ma la capacità di difendere il sistema dalle conseguenze delle decisioni passate.
È una riflessione che molti sviluppatori affrontano quando iniziano a ragionare in termini di governo architetturale, come avviene nel Corso Architetto Software.
Architettura guidata dal dominio nella scelta dei pattern software
Parlare di pattern senza parlare di dominio è come parlare di strumenti senza sapere cosa di devi fare.
Puoi anche scegliere il martello migliore del mondo, ma se ti serve una chiave inglese stai solo sprecando tempo.
Il dominio è ciò che dà senso alla struttura. Senza dominio, l’architettura diventa estetica.
Domain Driven Design, al netto delle interpretazioni e delle mode, ha un valore centrale: ti obbliga a distinguere cosa è davvero importante nel tuo sistema e cosa, invece, è solo contorno.
Non tutto merita lo stesso livello di complessità, protezione e disciplina. Alcune parti del sistema sono il tuo vantaggio competitivo, altre sono semplicemente necessarie, altre ancora sono commodity che potresti comprare.
Quando questa distinzione è chiara, la scelta dei pattern smette di essere ideologica e diventa economica.
Dove il dominio è ricco, instabile e differenziante, ha senso investire in strutture più protettive e in confini più rigorosi. Dove il dominio è semplice e stabile, forzare la stessa complessità è solo una spesa che non rientra.
Questo è il punto che molti team ignorano.
Applicano lo stesso stile architetturale ovunque, come se la purezza fosse un valore assoluto.
Ma un sistema reale non è uniforme. Ha parti centrali e parti accessorie, aree ad alto rischio e aree a basso rischio. Trattarle allo stesso modo non è rigore, è spreco.
C’è anche un altro aspetto spesso sottovalutato.
Il dominio non è solo complessità. È anche linguaggio. Un’architettura funziona quando riflette i concetti con cui il business pensa, discute e decide.
Quando i confini del codice coincidono con i confini del significato, il team capisce meglio, discute meglio e sbaglia meno. Quando invece l’architettura è una struttura importata dall’esterno, il codice parla una lingua e il dominio ne parla un’altra.
E la frizione cresce.
Questo è anche il motivo per cui i bounded context, se usati correttamente, sono così potenti. Non perché siano un esercizio teorico, ma perché permettono di separare aree del sistema che hanno regole diverse, linguaggi diversi e ritmi diversi di cambiamento.
E proprio perché sono diverse, non è detto che debbano condividere lo stesso pattern architetturale.
La scelta consapevole dei pattern nasce quindi da una domanda semplice, ma dura: quale parte del sistema devo proteggere, e da cosa?
Da dipendenze instabili. Da cambiamenti frequenti. Da integrazioni esterne volatili. Da regole di business che evolvono e che non possono essere disperse in giro senza controllo.
Se non rispondi a questa domanda, qualunque pattern tu scelga rischia di essere una forma di autoinganno.
A seguito ci concentreremo sul ruolo dell’architetto software proprio in questo punto di traduzione.
Non come selezionatore di pattern “migliori”, ma come figura che governa complessità e coerenza mentre il sistema cresce e il team cambia.
Il ruolo dell’architetto software nelle decisioni sui pattern
L’architetto software non è quello che sceglie il pattern più elegante e lo fa applicare agli altri.
È quello che impedisce al team di affogare nella complessità mentre il sistema cresce, cambia, integra nuovi vincoli e nuove persone.
Il suo lavoro non è accumulare struttura. È scegliere dove la struttura serve e dove, invece, diventa un costo inutile.
In questo senso, la competenza più importante dell’architetto è saper dire di no. No a pattern introdotti per moda. No a astrazioni preventive. No a soluzioni progettate per un futuro ipotetico che non ha la stessa probabilità di esistere del presente.
Un architetto efficace mantiene la coerenza del sistema nel tempo. Non nel senso di rigidità, ma nel senso di linguaggio condiviso. Il team deve poter discutere del software usando concetti stabili.
Se ogni modulo ha regole diverse e ogni persona ha un’interpretazione diversa degli stessi termini, la collaborazione si inceppa. E quando la collaborazione si inceppa, anche il codice migliore diventa lento da produrre.
Per questo l’architetto non governa solo codice e diagrammi. Governa le decisioni. Porta contesto, esplicita i trade off, rende visibili i costi nascosti. Fa emergere il prezzo delle scelte prima che si trasformi in ritardo, bug e frustrazione.
E soprattutto impedisce che l’architettura diventi una religione, perché una religione non produce sistemi sostenibili, produce dogmi e paura di toccare il codice.
C’è un’altra responsabilità che spesso viene ignorata. L’architetto deve fare da memoria evolutiva del sistema.
Le decisioni architetturali hanno senso solo se chi arriva dopo capisce perché sono state prese.
Quando questa memoria manca, il team ripete errori o mantiene strutture obsolete per inerzia. Un’architettura senza memoria è come un sistema senza log. Prima o poi ti esplode in faccia e non sai neanche da dove partire.
E poi c’è la parte più difficile. Capire quando cambiare. Un pattern che oggi è sostenibile potrebbe diventare un ostacolo tra due anni. Il dominio si evolve, il team matura o si rinnova, le dipendenze esterne cambiano, la pressione del mercato aumenta.
L’architetto deve riconoscere il punto di rottura prima che diventi crisi, e introdurre evoluzioni guidate invece di refactoring disperati.
Questo ruolo non si regge sulla teoria. Si regge sulla presenza. Un architetto che non entra nel codice, che non partecipa alle review, che non ascolta i pain point reali del team, finisce per governare un sistema immaginario.
La governance architetturale efficace non è un documento, è un comportamento ripetuto nel tempo.
Il prossimo brano servirà a chiarire come rendere questa governance concreta e condivisa, costruendo un linguaggio architetturale che il team possa usare senza continue negoziazioni, senza ambiguità e senza dipendere da una singola persona che “sa come funziona tutto”.
Costruire un linguaggio architetturale condiviso nel team di sviluppo
Il problema più grande di molte architetture non è strutturale. È semantico.
Quando chiedi a persone diverse cosa sia un “use case”, un “service” o una “responsabilità di dominio” e ottieni risposte diverse, l’architettura ha già smesso di funzionare, anche se il codice è formalmente corretto.
Un linguaggio architetturale condiviso serve a evitare che ogni decisione diventi una trattativa.
Non nasce dai diagrammi, ma dall’uso coerente dei concetti nel tempo. Se un termine significa una cosa oggi e un’altra domani, il team perde orientamento e inizia a procedere per tentativi, non per comprensione.
Costruire questo linguaggio richiede innanzitutto di rendere esplicite le decisioni. Non basta dire “usiamo Clean Architecture” o “seguiamo un approccio esagonale”.
Serve chiarire cosa questi concetti significano nel vostro contesto, con il vostro dominio, con il vostro livello di complessità. Senza questa traduzione, l’architettura resta astratta e ognuno la interpreta a modo proprio.
Il codice gioca un ruolo centrale in questo processo.
Le convenzioni di naming, la struttura dei moduli, la posizione delle responsabilità devono raccontare una storia coerente.
Quando apri il progetto, dovresti capire dove va una modifica senza chiedere a nessuno. Se questo non accade, il linguaggio non è ancora condiviso, è solo presunto.
Un altro elemento fondamentale è la continuità. Il linguaggio architetturale non si costruisce una volta sola. Va mantenuto, rinforzato, corretto quando il contesto cambia.
Ogni nuova persona che entra nel team mette alla prova la chiarezza delle scelte fatte. Se l’architettura è comprensibile solo a chi c’era all’inizio, non è un linguaggio, è una memoria personale.
Il punto chiave è che un linguaggio condiviso riduce il carico cognitivo. Le persone non devono reinventare il significato delle cose ogni volta.
Possono concentrarsi sul problema da risolvere, non su come interpretare la struttura. Questo è ciò che rende un team davvero autonomo e un’architettura realmente scalabile.
Ci avviciniamo alla fine, ed è il momento di tirare le fila. Espliciteremo come passare dai pattern, usati come concetti astratti, a sistemi che producono valore concreto nel tempo, senza schiacciare il team sotto il peso delle scelte fatte all’inizio.
Dai pattern ai sistemi software che producono valore nel tempo

Arrivati a questo punto, la distinzione dovrebbe essere chiara. I pattern non sono il fine del lavoro architetturale, ma uno dei mezzi possibili.
Quando diventano l’obiettivo, il sistema perde di vista ciò che conta davvero: produrre valore in modo sostenibile, senza logorare il team né rallentare il business.
Il salto che fa la differenza non è passare da un pattern semplice a uno più sofisticato. È passare da un approccio imitativo a uno decisionale. Finché applichi pattern perché “si fa così”, stai eseguendo.
Quando inizi a chiederti che effetto avranno sul team, sui tempi e sulla capacità di evolvere, stai progettando.
I sistemi che producono valore nel tempo hanno una caratteristica comune. Non sono perfetti, ma sono governabili. Le loro scelte sono spiegabili, difendibili, rivedibili.
Quando il contesto cambia, non crollano sotto il peso delle proprie regole. Si adattano, perché chi le ha progettate conosce i compromessi che ha accettato.
In questi sistemi i pattern sono quasi invisibili. Non attirano l’attenzione, non dominano il linguaggio, non diventano protagonisti delle discussioni. Servono a chiarire, non a dimostrare competenza.
Quando qualcuno entra nel progetto, capisce cosa fare prima ancora di chiedere come farlo. Questo è il segnale che l’architettura sta lavorando al posto del team, non contro di lui.
Il vero valore dell’architettura emerge nel tempo. Quando il sistema cresce, quando le persone cambiano, quando le richieste aumentano e le scorciatoie iniziano a presentare il conto.
È lì che si vede la differenza tra una struttura copiata e una struttura pensata. Tra chi ha applicato pattern e chi ha costruito un sistema.
Se c’è una lezione che vale la pena portarsi via, è questa: l’architettura non serve a rendere il codice elegante, ma a rendere il lavoro possibile. Tutto il resto è secondario.
Quando i pattern sono al servizio di questo obiettivo, funzionano. Quando lo sostituiscono, diventano solo un altro ostacolo da aggirare.
Con questo chiudi il cerchio. Non parlando di pattern migliori, ma di decisioni migliori.
E da qui in poi, la differenza non la fa più la teoria che conosci, ma il modo in cui scegli di usarla.
A questo punto non stai più parlando di pattern, ma di scelte che continuano a produrre effetti nel tempo, anche quando non le stai più guardando direttamente.
Se il sistema oggi rallenta il lavoro del team, non è perché manca una tecnica, ma perché alcune decisioni sono state lasciate implicite troppo a lungo.
Continuare a lavorare in questo modo non è una conseguenza inevitabile della complessità, è una direzione che stai accettando.
Esiste una differenza netta tra applicare regole e governare un sistema, ed è una differenza che prima o poi chiede di essere affrontata.
Il punto non è aggiungere altro, ma capire cosa stai sostenendo ogni giorno con le scelte che fai, anche quando non le stai più mettendo in discussione, come succede quando inizi a guardare all’architettura come responsabilità, non come tecnica, ad esempio nel percorso del nostro Corso Architetto Software.
